Si è parlato molto di “sirene” ieri sera nell’incontro organizzato dalla Società “Dante Alighieri” – Comitato di Taranto, introdotto dalla sua presidente, prof.ssa 𝐉𝐨𝐬𝐞́ 𝐌𝐢𝐧𝐞𝐫𝐯𝐢𝐧𝐢.
Esseri misteriosi, queste 𝒔𝒊𝒓𝒆𝒏𝒆, prima ragazze, poi creature ibride (in seguito a metamorfosi, diventano 𝒎𝒆𝒕𝒂̀ 𝒅𝒐𝒏𝒏𝒆, 𝒎𝒆𝒕𝒂̀ 𝒖𝒄𝒄𝒆𝒍𝒍𝒊, vedi le pitture su vasi antichi), che seducono, con la dolcezza del loro canto, e al tempo stesso causano la morte di chi si ferma ad ascoltarle (il prato fiorito in cui soggiornavano era, nel racconto omerico, pieno di cadaveri putrefatti), di 𝒑𝒂𝒅𝒓𝒆 𝒆 𝒎𝒂𝒅𝒓𝒆 𝒊𝒏𝒄𝒆𝒓𝒕𝒊 (il padre: 𝑨𝒄𝒉𝒆𝒍𝒐̀𝒐, il dio-fiume, oppure Forco, padre anche di altre creature mostruose, come le Gorgoni; la madre: una delle Muse [𝑴𝒆𝒍𝒑𝒐𝒎𝒆𝒏𝒆, 𝑻𝒆𝒓𝒔𝒊𝒄𝒐𝒓𝒆 𝒐 𝑪𝒂𝒍𝒍𝒊𝒐𝒑𝒆] oppure Sterope o anche la 𝑻𝒆𝒓𝒓𝒂). Quante erano? Come si chiamavano? Forse due o tre, 𝑷𝒂𝒓𝒕𝒆𝒏𝒐𝒑𝒆, 𝑳𝒆𝒖𝒄𝒐𝒔𝒊𝒂, 𝑳𝒊𝒈𝒆𝒂, i nomi più famosi (che vengono tramandati da uno scolio alle Argonautiche di Apollonio Rodio), soprattutto la prima, Partenope, che avrebbe fondato Napoli, ma i commentatori di Omero ne menzionano quattro. Dove vivevano? Apollonio Rodio nomina l’isola di 𝑨𝒏𝒕𝒉𝒆𝒎𝒐𝒆𝒔𝒔𝒂, sulla costa tirrenica, campana, dove oggi sono le isole Sirenusse, e dove probabilmente si trovava il prato fiorito di cui parla Circe ad Odisseo nell’episodio omerico, ma c’è chi colloca la loro dimora in Sicilia, presso il promontorio Peloro o vicino a Catania. Come finì la loro vita? una profezia aveva predetto che sarebbero morte se una nave fosse riuscita a passare oltre, e così sarà accaduto negli episodi di Odisseo e di Orfeo; alcuni raccontano che, cadute in mare, si sarebbero trasformate in scogli.
𝐃𝐚𝐧𝐭𝐞, che non conosceva direttamente l’Odissea, nei versi 19-24 del canto XIX del Purgatorio, sogna una “femmina balba, guercia, e sovra i pié distorti”, che sotto il suo sguardo si trasforma in una donna bellissima e si presenta appunto come “dolce serena, che ‘marinari in mezzo mar dismago, tanto sono di piacere a sentir piena”. Ma, sempre nel sogno, una “donna santa” ne svela la realtà: essa, inganno fatale, è simbolo di tre vizi capitali (avarizia, gola, lussuria) nei quali cadono gli uomini quando guardano ai beni terreni e non al cielo. Quindi, per Dante la sirena affascina l’uomo con la dolcezza del canto e la bellezza, ma lo distoglie dal vero bene, e lo fa precipitare nel peccato.
Al di là di ciò che è stato raccontato delle Sirene sin dai tempi più antichi, e di come esse sono state nel tempo rappresentate, al di là dei problemi venuti fuori durante l’incontro, ci si chiede: come è nato questo mito? con quale obiettivo? La domanda la rivolgiamo a filosofi, antropologi, sociologi sicuramente più capaci di scoprirlo.
All’iniziativa hanno partecipato anche studenti del “Ferraris – Q. Ennio”, accompagnati dalla prof.ssa Claudia Laudadio. Si è distinta in un suo intervento l’alunna 𝐀𝐧𝐠𝐞𝐥𝐢𝐜𝐚 𝐃𝐢 𝐌𝐞𝐨, con l’interessante riferimento all’interpretazione femminista data al mito delle Sirene da Adriana Cavarero, filosofa e storica della filosofia contemporanea, seguace di Hannah Arendt.
